Conosco Antonio da qualche tempo. Con lui abbiamo realizzato alcuni dei lavori che mi hanno più soddisfatto esteticamente e artisticamente. Antonio Ciaramella ha una personalità carica di sfumature, mai tediosa. Il suo estro artistico si consolida in makeup ispirati e mai banali. Le sue creazioni risentono di un substrato culturale solido, che si esprime nella ricerca del bello oltre la mera espressione stilistica. Il suo passato e le sue esperienze sono state per me lo strumento per scoprire tracce nuove di una splendida individualità.
Cominciamo questa nostra chiacchierata, infatti, con una foto che appartiene all’infanzia di Antonio, un carnevale, due bambini in un balcone, una dama pierrot con a fianco un singolare pirata.
“E’ una foto particolare, che mi rappresenta particolarmente. Un carnevale di tanti anni fa. Io non mi volevo vestire come tutti gli altri bambini. A quell’epoca le maschere più in voga erano zorro o robin Hood…ma io volevo fare il pirata. Mia madre non riusciva a trovare un vestito da pirata. E io le dissi «Mamma, non ti preoccupare. Ci penso io». Andai nella mia cameretta; presi un completo nero, degli stivali che utilizzavo per andare sulla neve, una sciarpa rossa tartan; misi in testa una bandana nera e mi disegnai dei baffi e il pizzetto sul mento. Ecco ero un pirata. Avevo otto anni!
Già da piccolo quindi la voglia di non essere uguale agli altri, di non assomigliare alle immagini stereotipate, ma di realizzare su me stesso l’idea che io mi ero fatto di un personaggio”.
D. A chi ti eri ispirato?
“Ma, sai … in quel periodo in tv potevi vedere Sandokan o il Corsaro Nero, poi i racconti di Salgari. Anche giocando, mi piaceva riprendere questi ruoli, anche se preferivo di più la parte del cattivo, questo tipo di ruoli mi ha sempre affascinato, forse anche di più degli eroi buoni. Nel cattivo vedevo di più la costruzione del personaggio, sviluppava di più la mia fantasia. Quella che poi mi sono portato nella mia adolescenza”.
D. La seconda foto lo ritrae con un chiodo nero, capelli ricci al gel, in studio, uno scatto in bianco e nero. Una posa da modello?
“Esatto. Avevo 16 anni. Ero alla scuola per la cinematografia e la televisione, è stata fatta nella sala di ripresa, dalla mia compagna di banco. Come sai io vengo dallo studio della fotografia. E’ uno studio sul ritratto in interni in bianco e nero. Il look lo abbiamo deciso sul momento. Ho tolto la maglia lasciando solo il chiodo indosso. Ho risistemato i capelli dandogli un tocco più aggressivo e mi sono messo in posa, anche qui il mio ritratto lascia quel retrogusto non propriamente da bravo ragazzo. Questa è stata la mia prima esperienza da “modello” anche se poi, nel corso della mia vita ho avuto diverse esperienze sia come modello che in televisione. Il mondo dello showbiz mi ha sempre affascinato, non solo stare davanti la macchina da presa ovvio. Mi affascinano le dinamiche della preparazione, della tecnica, dall’altro sono affascinato dall’esibizione, dall’immagine della rappresentazione. Una dualità della scena che mi ammalia”.
D. Come mai hai scelto di frequentare l’istituto per la cinematografia e la televisione?
“Da quando ero bambino sono sempre stato affascinato dall’arte, il primo mestiere che avrei voluto fare era lo stilista, ma avevo un grosso handicap…non sapevo tenere una matita in mano (…ridiamo…N.d.R). Davvero, disegnavo in un modo vergognoso, le mie sagome erano dei tondi per la testa e le classiche astine per busto e arti. La fotografia è stata un’evoluzione, un bisogno espressivo per colmare ciò che non riuscivo a fare con i pennelli e le matite (anche se adesso matite e pennelli – da trucco – sono il mio pane quotidiano). Era la fine degli anni 80, inizi novanta, e ricordo che andavo a scuola con Vogue Italia sotto braccio. Era il periodo dei grandi maestri fotografi della moda, Avedon tra tutti; ricordo con meraviglia la sua collaborazione con Gianni Versace. In quegli anni poi la moda italiana aveva avuto un boom incredibile, sembrava tutto possibile. Così pensai: se non posso fare lo stilista, allora voglio cogliere la moda attraverso lo scatto fotografico”.
D. Qual è stata la prima foto che hai fatto come fotografo?
“Un ritratto alla figlia di un’amica, fatta per uno studio alle superiori. Aveva un viso espressivo, misi in piedi un piccolo set con una carta da parati damascata crema e la luce soffusa proveniente dalla finestra, ammorbidita da una tenda. Fu estremamente naturale. Senza trucco, con una treccia.
Dopo le superiori partii per il militare. Un primo periodo a Taranto, poi salpai, ero militare di carriera sulle navi da guerra. Avevo venti anni e andavo per quattro mesi in Africa, la mia prima campagna militare. Mio padre era un militare, il mondo della marina non era nulla di nuovo per me, mi sentivo come a casa, in un certo senso. Sono stato sempre abituato ad essere organizzato, preciso, ad eseguire dei compiti. Ma per me la carriera in marina era un’occasione perché avrei potuto, dopo un certo periodo, entrare a far parte della sezione fotografi della marina”.
D. Qual è il ricordo più bello di questa esperienza?
“I viaggi che ho fatto. Sai trovarsi a vent’anni in giro per il mondo su una nave. Toccare le coste di paesi sconosciuti, vedere i panorami di paesi ricchi e paesi poveri. Esperienze vicino al mistico, la luce dei colori, l’impatto con i costumi delle tribù africane, gli spettacoli naturali dei branchi di delfini nell’oceano indiano che seguono la nave. Una cosa che mi impressionò moltissimo furono i silenzi dell’oceano. Mi ricordo che, quando non eravamo di turno, uscivamo sul ponte di coperta per rilassarci, e ricordo esattamente la sensazione di immensità del mare, di sconfinatezza del cielo, dell’aria sulla pelle e del cambiamento del cielo sopra la mia testa…quando non vedi più l’orsa maggiore ma la croce del sud. Tutta una serie di cose che si sanno, ma che, quando si hanno di fronte, quando si fa esperienza diretta hanno un impatto diretto che intimorisce anche”.
D. Che stile avevi in quegli anni?
“In quegli anni fortunatamente avevo i primi stipendi a disposizione. Ricordo che i primi stipendi li spesi in costumi di Armani, jeans di Versace, tutti quei brand, sebbene in una versione basic, dato che non amavo osteggiare la griff a vista, che mi facevano sentire più fico. Considera poi che uscivo sempre da una nave da guerra, con altri militari in licenza, quindi i colori non erano, comunque, visti con simpatia. Bisognava in ogni caso avere un look sobrio. Adoravo in particolare Emporio Armani, perché estremamente sofisticato e semplice. Ma il primo capo che comprai, per il quale spesi davvero del denaro (nel ’91 spesi 800 mila lire), fu un cappotto su misura in lana cachemire grigio, a ruota sotto, con la martingala dietro e il collo in astrakan: un Ussaro (ride, N.d.R). Poi un pantalone di micro pied-di-pul e una cintura in maglia metallica, poi delle scarpe bianche con la punta quadrata. Mi sentivo molto upper-class insomma, un po’ come le mie icone di stile”.
D. Sono curiosa, dopo questo preambolo, di ascoltare quali sono le tue icone…
“Sicuramente la prima è Marlene Dietrich. Indiscussa. Lei ha realmente inventato Lo Stile. Lei ha giocato con la sua immagine. Androgina ma femminile, trasgressiva e fiera, a differenza di Greta Garbo, il cui fascino era legato ad un concetto di sensualità più graffiante, meno forte. La classe e la femminilità di Marlene era ed è indiscussa. Lo stile inimitabile, pensa che ha modificato svariate volte la forma delle sue sopraciglia, tondeggianti, alte, dritte… i capelli a volte raccolti, altre a treccia, assecondando ciò che indossava, dai costumi maschili fino al trionfo della femminilità, lei era divina, lei ti fa capire cosa è davvero la seduzione, la capacità letteralmente di condurti a sé, di attrarre l’attenzione su di lei.
Una altra immagine femminile che adoro, lontana dall’icona Dietrich è Helena Bonham Carter, la cui immagine gotica è estremamente legata al marito regista, ma la cui aura è davvero sofisticata. La ricordo nei film di James Ivory del 1985 “Camera con vista”, una bellezza così moderna, per caratteristiche fisiognomiche del tutto nuove, che mi ha letteralmente abbattuto. La sua bellezza è imparagonabile con nessun altro. Ha una grande personalità, quella personalità così magnetica che senza trucco risulta comunque eterea. Quello che mi piace a livello estetico è questa commistione di tratti. Sebbene abbia una predominanza di tratti spigolosi, conserva alcuni elementi tondeggianti del viso. Occhi grandi e tondi che dovrebbero sembrare spauriti e sorpresi, invece di perforano, ti aggrediscono. Sebbene abbia ad un primo impatto un’aria da bambina, con questi ricci, questi boccoli che le ricadono in viso, mantiene delle caratteristiche che atterriscono, mi disorienta. E questo mi esalta.
Sul lato maschile Cary Grant, invece, è il mio emblema di eleganza. Lui è la classe fatta persona. Sorridente, serio, quadrato, preciso. L’ho amato in Notorius di Alfred Hitchcock nel ‘46. Pensa che Hitchcock di Cary Grant diceva che fosse “l’unico attore che non doveva dirigere”. Quindi la sua intuitività, anche nei ruoli drammatici, o la sua grande espressività nelle commedie, come Operazione sottoveste di Blake Edwards nel ’59. Di lui mi affascinano l’eleganza in tutte le situazioni e la sua poliedricità. Ecco, l’uomo deve essere così, l’eleganza ideale che risiede nell’atteggiamento, in un sorriso coinvolgente e caldo. Quello che oggi George Clooney cerca di ricreare”.
D. Ti senti un po’ Cary Grant?
“Si, assolutamente si”.
D. Quando?
“Quando indosso il mio capo preferito, Il cappello, meglio il borsalino. Ne ho una decina di modelli, ma uno lo indosso quasi sempre, il mio preferito tra la minicollezione che posseggo, perchè impermeabile, indistruttibile, a micro scacchi tra il verde e il bordeaux. Mi piace molto. Sai l’uomo non ha molte risorse per personalizzare il proprio look. Puoi giocare con una scarpa, con una cinta o un occhiale, ma il cappello ti dà un tocco in più. Elegante, sportivo, cambia proprio il look.
D. Tra le tue preferenze di moda, oltre al cappello?
Beh, una delle cose che ho sempre ammirato, e che conservo come riferimento nell’immaginario della moda sono le campagne fotografiche di Richard Avedon per Versace. Il bianco e nero e dopo di esso. Un punto fondamentale della storia della Moda. Lì è racchiuso tutto, lì vedi la sperimentazione e percepisci la fotografia come esaltazione e creazione dell’immagine di moda.
Avedon ha introdotto un nuovo linguaggio nella moda.
D. Una cosa che invece non sopporti?
“Non sopporto assolutamente i film italiani anni ’80. i B movie erotici. Non mi fanno ridere, non ci vedo nulla di erotico, non li capisco. E poi non sopporto i viaggi tipo a Cuba, o in Giamaica. Della serie partiamo con cappello di paglia, pareo a tutto mare. No, non li sopporto, non li ho mai sopportati fin da piccolo”.
D. Se guardi al tuo passato e fai una carrellata fino ad oggi, al presente, se dovessi descriverlo con una parola, come lo definiresti?
“Pieno. Perché ho sempre fatto tanto. Sono un curioso di natura, devo scoprire, devo ricercare, devo guardare, non riesco a stare senza far nulla. Ma non perché io sia uno psicotico (ride e rido anch’io, N.d.R.), ma perché sono così tante le cose che vorrei conoscere, che vorrei sapere, sperimentare che sono e sono sempre stato impegnato”.
D. Come sei arrivato al Make up?
“Attraverso la fotografia. Nel senso che ho scoperto che i personaggi che scattavo li volevo sempre “trasformati”, perché mi divertiva a travestire le persone da altri personaggi. Così iniziai le mie sperimentazioni. Mi ricordo all’inizio quando utilizzavo gli “inventa ricci”, per fare pratica ci fu un periodo che mettevo in testa questi inventa ricci sui capelli di tutte le mie amiche (ride, N.d.R). Avevo l’ossessione dello studio. Studiavo le fotografie dei redazionali nei dettagli. Mi appuntavo i colori utilizzati e le sfumature. Sperimentavo di tutto, le mie amiche sono diventate le mie cavie…in realtà spesso lo sono ancora oggi. Da lì ho capito che il make up era la mia professione”.
D. Qual è il make up che ti ha soddisfatto di più?
“L’ultimo lavoro per Luigi Borbone. Come sai il lavoro parte dal mood della collezione. Quello di luigi era tutto leagto ad Odd Nerdrum e al suo concetto intimistico di personalità che luigi ha poi declinato nella palette di bianchi utilizzati nelle varie declinazioni di tessuti. Questo link tematico mi ha ispirato alcune immagini che avevo nel mio bagaglio culturale. Mi sono ispirato alle madonne di Leonardo Da Vinci, e alle sue donne così estetizzanti. Leonardo con la sua tecnica dei chiaroscuri delineava le sue “modelle” che, per quanto distanti di centinaia di anni, sposavano perfettamente l’immagine che io volevo associare alle figure di Borbone. Le prime prove mi misero ansia: non ero assolutamente soddisfatto del risultato su viso, era lontano da ciò che avevo in mente. Poi, lavorandoci, sono riuscito a trovare l’immagine che cercavo”.
D. Se non avessi fatto il makeup artist che mestiere avresti fatto?
“Lo stilista. Era il mio sogno. Lo stilista per uomo. Anzi da bambino ero affascinato dalle stoffe, volevo fare il tappezziere, perché passavo con l’autobus sempre di fronte ad una tappezzeria e vedevo questo tripudio di colore, di stoffe una sull’altra e ne rimanevo incantato. Vedi anche qui torna sempre il concetto di ricerca, di trasformazione che ha caratterizzato la mia vita. Il modo in cui un oggetto si trasforma o viene trasformato, o il modo di vedere un oggetto da altre angolazioni che altri semplicemente non percepiscono. Mi piace il processo e non il risultato. Quando finisco di truccare, ad esempio, io mi annoio: smonterei il trucco della modella e ricomincerei da capo”.
D. Qual è l’elemento che caratterizza il tuo lavoro?
“La Ricerca, sia di immagini che di materiali. Quando scegli un’immagine di ispirazione devi poi effettuare una serie di ricerche materiche e di prodotti che ti consentano di ricreare l’immagine che avevi scelto. Devi, ad esempio, trovare dei crespi per volumizzare i capelli, o un tipo di lacca per avere un capello lucido o opaco. O la ricerca del colore adatto alla sfumatura desiderata. Adesso mi sto spingendo anche nella sperimentazione sugli effetti speciali, sempre nell’ottica della ricerca, delle intuizioni. Questo studio sugli effetti speciali mi serve per ricreare quelle immagini sperimentali di donna e di moda che vedo nel prossimo futuro. Per questo mi sono avvicinato allo studio degli effetti speciali cinematografici, per riportare, poi, queste conoscenze nel mio campo principale, la moda, secondo un approccio anticonvenzionale”.
D. Quali brand hanno accesso al tuo armadio? Quali sono i capi tipici del tuo look?
“Nel mio armadio ci sono dei compromessi. Nel senso che devo adattarmi alla vita che faccio. Sto tutto il giorno fuori di casa. Quindi preferisco abbigliamento comodo che va bene dalla mattina alla sera. Mi piacciono i Jeans o pantaloni con elementi decorativi sempre molto sobri, che sono solito abbinare con le snikers. Completano il mio look, d’inverno, i maglioncini di lana col collo a V. Poi adoro giocare con gli accessori, con le scarpe, col cappello – come dicevo prima – e col capospalla”.
D. E quello che proprio non potresti indossare?
“Sai la moda è un gioco. Ci sono delle cose che non potrei mai indossare sono i camperos, perché sarei ridicolo con i camperos, farei subito Lorenzo Lamas. Prima dei camperos, le fibbie genere da texano, con le pistole, con i teschi. Tutto ciò che riporta alla memoria il Western, il gilet con le frange di camoscio, il cappello da cow-boy.
D. Cosa hai portato per me? Per storie di Moda? Qual è la tua creazione?
È una face-chart, foto che generalmente rappresenta un viso stilizzato di donna, che noi truccatori utilizziamo per creare il makeup. Una sorta di cartella trucco. In questo caso per te ho creato una face-chart su una madonna di Leonardo Da Vinci (dettaglio della Vergine delle Rocce, N.d.R). In questo caso ho enfatizzato le ombreggiature già presenti nell’opera di Leonardo, un punto intensità verso l’esterno sull’occhio. Tre righe di eye-liner che puntano ad intensificare lo spazio tra la palpebra mobile e fissa.
Note: Dopo la Chiacchierata ci siamo diretti al nostro ristorante preferito, dove abbiamo gustato (come sempre) un piatto di bucatini all’amatriciana io e il suo solito spaghetto cacio e pepe lui. Poi un ottimo cestino di crema, fragole e cioccolata fondente sopra.
Lo stile di Antonio: Jeans, maglioncino scuro collo a V, scarpe da ginnastica ai piedi. Come dire non ci ha mentito durante la chiacchierata. E’ proprio questo il suo look.
Romina Toscano

























