Ho conosciuto Sylvio Giardina, grazie ad una amica comune, qualche tempo fa e sono rimasta affascinata dal suo modo così ricercato e accogliente, riflessivo e seducente di concepire la creatività. Sylvio, oltre ad essere uno straordinario designer, è un artista sensibile, delicato e innovativo. La sua storia, il suo pensiero e il suo stile hanno il sapore della cultura autentica. Mi accoglie nel suo appartamento intento nella creazione di un capo, prima della sua partenza verso Oriente, in un viaggio di ricerca e di lavoro. Ma abbiamo tempo prima della sua partenza, il tempo di prendere un thè e di parlare di moda, arte, di icone di stile e di generi.
Mentre sorseggio la mia tazza, Sylvio mi racconta di Claude Cahun, artista surrealista “mai ingabbiata nei limiti della sessualità tradizionale. Ha lavorato sempre sul concetto di travestimento, lei donna che diventa un uomo, gioca anche sul suo nome (all’anagrafe Lucy Renée Mathilde Schwob, si firmò Claude Courlis e Daniel Douglas prima di Claude Cahun, che come ella stessa diceva «rappresenta ai miei occhi il mio vero nome, piuttosto che uno pseudonimo» ndr).
Claude Cahun
E’ stata l’antesignana di Cindy Sherman, artista performativa americana, ha lavorato sul corpo, sul concetto di sessualità (così come Louise Bourgeois e Tilda Swinton) e di identità di genere.
Un lavoro che anche io cerco di fare nel mio progetto di moda. Oltre a cercare e a ricercare nuove forme e nuove silhouette, queste figure mi suggeriscono l’idea di libertà, di libertà rispetto al proprio corpo, all’estetica classica che separa il genere maschio e femmina, che impone il dover portare un capo piuttosto che un altro. E’ giusto omologarsi e dover per forza seguire il trend? Gli input che arrivano dall’esterno, soprattutto dalle major?
I grandi brand ci propongono tipologie di donne e di uomini che io personalmente cerco di scardinare, non creando una tipologia nuova e alternativa, ma una libera da canoni estetici, attraverso un nuovo linguaggio che rispetti le donne, belle nelle loro forme, sia che esse siano magre o che abbiano delle forme prosperose. Noi esseri umani siamo belli nelle nostre forme, nella nostra autenticità, siamo unici e non abbiamo bisogno di rifarci il naso o di apparire diversamente da come siamo”.
Louise Bougeois è una delle artiste che in parte ha ispirato uno dei tuoi ultimi lavori, Nuptus, se non sbaglio?
“Ispirazione intesa come trasformazione. Attraverso lo studio del significato della parola Nuptus, che ha un doppio significato, velo nuziale da sposa e nuvola, ho declinato questa seconda nell’accezione di trasformazione. Così come il vento soffiando sulle nuvole ne altera le forme, cosicchè una nuvola non sarà mai uguale a se stessa, anche la forma degli abiti che compongono la collezione è asimmetricamente sempre differente.
Da qualsiasi parte tu osservi uno degli abiti di Nuptus, questo cambia completamente forma. Louise Bourgeois ha lavorato moltissimo sul concetto di corpo e di forma, soprattuto quello femminile. Alcune sue opere famose sono delle sculture fatte con materiale di ri-uso, tessuti, iuta, tappeti (la sua famiglia d’origine vendeva tappeti), e li riassembla a creare dei corpi, esasperandoli, per esprimere un nuovo concetto di femminilità e di maternità”.
Nelle forme di Nuptus rivedo anche richiami di alcune statue votive dedicate alla Grande Madre terra.
“Si, considerando ovviamente che a quel tempo (sorride, ndr) il concetto di estetica era assolutamente diverso”. “Nella cultura araba permane questo concetto di bellezza, ovviamente dipende anche dai diversi ceti sociali, nei più agiati prevale una idea occidentale di canone estetico, magre, altere, anche se permane la credenza che la donna florida sia in relatà molto fertile”.
Invece Tilda Swinton? Lei ha sempre giocato con questa polarità sessuale, esprimento il concetto di libertà anche nella vita reale, ribelle e anticonformista.
Tilda Swinton
“Lei ha lavorato, secondo me, con uno dei più grandi artisti e registi nel panorama britannico, Derek Jarman, realizzando un film di pura sperimentazione, un film autobiografico interamente senza immagini (Blue, film “acustico” in cui lo schermo rimane di colore blu per tutta l’opera, Ndr), in cui racconta i suoi ultimi giorni di vita, andando a rompere le regole della buona filmografia. Questa sperimentazione è quello che anche io cerco di fare come fashion designer. Il lavoro del fashion designer equivale a quello dell’artista. Attraverso la moda si sono combattute molte rivoluzioni per la difesa della libertà di espressione, libertà sessuale. Mary Quant e la minigonna sono l’esempio più conosciuto della forza della moda nel liberare le donne!”
Se dovessi definire con un aggettivo queste 3 magnifiche icone di stile?
“Autentiche. Una donna diventa icona quando è realmente e concretamente se stessa. Esprime tutto il suo essere senza aver paura e senza pensare di fare qualcosa per piacere ad un terzo. L’autenticità ha bisogno di autostima e di coraggio. Il coraggio è fondamentale, è tutto”.
Oggi siamo così bombardati da una quantità spropositata di messaggi che spesso di perde di vista la propria identità di stile.
“Louise Bourgois, così come Claude Cahun, hanno lavorato proprio sul concetto di identità, anche se non sempre in ambienti dalla forte apertura mentale. Questo è anche il coraggio. Claude Cahun, ad esempio, ha vissuto la deportazione durante il Nazismo, lei ha avuto il coraggio di esprimere concetti forti anche per cambiare la politica di un paese”.
Performance, istallazioni, fotografia e artigianalità, la tua è una ricerca continua del trasmettere una realtà diversa che non necessariamente è lontano dalla normalità, ma che cerca di produrre dei significati nuovi proprio partendo dalla normalità. Mi viene in mente Crochette de Luneville, una performace che hai curato l’anno scorso durante l’AltaRoma.
Crochette de Luneville
“Lì c’erano vari aspetti, l’esigenza di sottolineare il fatto che a Roma esistono realtà radicate e importanti che parlano di artigianato. L’ho voluto fare perchè l’artigianato viene pubblicizzato male, forse c’è un misunderstanding di fondo. Attraverso le mani si riescono a fare cose che la macchina non riesce a fare. L’artigiano di alto livello riesce a realizzare creazioni che parlano di contemporaneità, che sono contemporanee.
Questa visione dell’artigiano come qualcosa di obsoleto, di imperfetto proprio perchè fatto a mano è sbagliata. Ci sono degli artigiani che posseggono una manifattura eccelsa, creano oggetti d’avanguardia. Non abbiamo bisogno solo delle macchine, le mani sapienti possono produrre opere meravigliose e ci permettono di metterci in contatto con dimensioni più grandi di noi.
La macchina ci rende tutto più facile, quasi non ti rendi conto di star creando qualcosa. Se lo fai manualmente questa sensazione creativa è molto più forte. Creare con le mani è affascinate!”
In questo caso erano otto le artigiane coinvolte?
“Si erano otto ricamatrici che vivono sul territorio italiano e che io conosco da moltissimi anni. La particolarità di questo lavoro era il telaio amplificato, con dei microfoni attacati al tessuto che captavano il rumore generato dall’uncinetto perforante il tessuto, quasi fosse un tamburo,, Il segnale poi veniva trasmesso a un sistema che distorceva il suono o lo amplificava, cosicchè, mentre le donne producevano questo ricamo complicatissimo, creavano anche la musica.
Un concerto prodotto da un lavoro antico. Una istallazione contemporanea riflessa su doppi specchi frontali che moltiplicavano all’infinito l’immagine facendole diventare migliaia. L’artigiano diventa, attraverso questa performance, contemporaneo e giovane. La sorpresa, selezionando le ricamatrici, è stata trovare tante giovani impegnate in questo mestiere, 23 o 25, anni la media, la più “anziana” aveva 46 anni”.
Quindi tutte selezionate su territorio italiano. Tutte italiane, una sorta di controtendenza rispetto all’idea condivisa di un progressivo esaurimento del lavoro artigianale nel nostro paese.
“Si, ho trovato questa realtà soprattutto a Roma, dove l’altamoda - anche se denigrata e con le mille problematiche che l’affliggono – rimane un fenomeno meravigliosamente artigianale. Queste ragazze lavorano con i nostri sarti, negli atelier specializzati nella produzione dei ricami di Valentino, o negli accessori di Bulgari, tutti lavori importanti”.
Beh spesso capita che ciò che vediamo in un abito non venga ricondotto ad un lavoro manuale, perchè ritenuto troppo perfetto.
“Assolutamente, noi designer riusciamo ad essere ciò che siamo attraverso le loro mani. Noi diamo gli input, diciamo cosa vogliamo, ma se loro non fossero in grado di realizzarlo il risultato sarebbe nullo”.
Anche nelle tue creazioni i ricami sono un elemento importante per i volumi e gli spazi che contribuiscono a creare. Proprio lo spazio è uno dei temi cari ad un altro artista che ha avuto su di te fascinazioni stilistiche, Anish Kapoor, inparticolare il suo Leviathan al Gran Palais di Parigi.
Anish Kapoor
“Anish Kapoor lavora sull’elemento spazio e credo che sia per me essenziale perchè anche io lavoro sullo spazio. In Crochette de Luneville ho creato una istallazione spaziale. Kapoor lavora anche sulla percezione ottica, così come nella mia performance, come ti dicevo prima, dove è forte la presenza della percezione ottica che moltiplica quasi all’infinito il numero delle ricamatrici intente a ricamare e modulare suoni sul telaio.
Al Gran Palais di Paris, la sua istallazione, Leviathan, è una tensostruttura, un tessuto tirato a formare questi coni. A Roma, al Maxxi, è possibile vedere un’altra sua opera (Widow, ndr).
Un altro elemento presente nei miei lavori è la leggerezza. Adoro Sam Taylor Wood (una delle esponenti della Young British Artist, insieme a Tracey Emin, Damien Hirst ed altri). Nelle sue opere questa artista britannica trasmette meravigliose sensazioni di leggerezza, quasi stesse volando sospesa a mezz’aria, che nel mio lavoro trasmetto attraverso il tema delle forme, delle nuvole, anche per questo mi intrigano i suoi lavori.
Sam Taylor Wood
Pensa che ha imparato da un artista circense il lavoro di intrecci tipico degli esercizi con le funi, utilizzate durante le esibizioni degli acrobati. Successivamente le ha realizzate nel suo studio appendendosi al soffitto e ha utilizzato l’autoscatto. Poi la post-produzione e photoshop hanno creato la magia.
Un altro suo esperimento, sempre in tema di assenza e magia, è il Prelude in Air, dove un violoncellista suona con uno strumento invisibile. Adoro la sensazione, quasi magica, che riesce ad evocare l’assenza dello strumento e la presenza del sonoro”.
Il tuo percorso artistico si evolve inevitabilmente tra identità artistica ed estetica, tra il concetto di presenza e quello di assenza. Così è il progetto firmato Stato di Famiglia.
Preparazione dell’istallazione Full Mirror Empty Mirror
“Tre sono i momenti fondamentali della mia vita artistica. Il primo è stato la mostra Full Mirror Empty Mirror, a Motelsalieri, realizzata con il mio compagno Raffaele Granato, mostra realizzata con 5 ritratti e 2 non ritratti alternati, un momento che svela la mia seconda identità oltre quella di fashion designer, quella di artista.
L’istallazione prevedeva una galleria di ritratti – rimando voluto all’idea di sala degli specchi - creati attraverso il riflesso lasciato dalla persona specchiata, che restituiva un’immagine, un riflesso cristallizzato. I ritratti erano sormontati da una sorta di specchiera a mosaico geometrico molata a mano, che decostruiva, riflettendola, il ritratto o l’immagine di fondo. L’alternanza tra presenza dei soggetti umani ritratti e assenza degli scatti che ritraggono il fondale di posa crea una percezione ribaltata, un illusionismo ottico che fa rifllettere sulla presenza, sull’assenza, sulla sospensione temporale e spaziale del soggetto non ritratto. Un lavoro tra il figurativo e l’astratto.
Sylvio Giardina durante la performance Crochette de Luneville
Un altro momento fondamentale della mia vita è Crochette de Luneville, il mio primo progetto come Sylvio Giardina, una mia esigenza di comunicare queste due identità che si incontrano, quella di artista contemporaneo e di fashion designer. Attraverso questo lavoro sono partito dalla moda, dal ricamo e dall’artigianalità per farle diventare una istallazione di arte contemporanea.
Sylvio Giardina durante Limited Unlimited, con Suzy Menkes
Infine, un progetto che mi ha dato lo spunto per effettuare una serie di ricerche che hanno portato a Nuptus e alla collezione estiva e a quella dell’inverno prossimo che sto realizzando, parlo di Limited Unlimited, dove ho incontrato Suzy Menkes. Un incontro che mi fece davvero piacere perchè questo mostro sacro della moda internazionale si fermò davanti alla mia creazione esclamando “E’ bellissimo!”
Limited Ulimited è stato il primo atto di Sylvio Giardina come solista, dopo l’esperienza in coppia con il brand Grimaldi Giardina. Una esperienza nuova che ti ricolloca nel panorama moda come nuovo designer, sebbene con una forte esperienza alle spalle.
“Se non avessi avuto una esperienza del genere, la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata una esperienza in una maison, partendo dal basso, anche dal ruolo più umile. Bisogna cominciare dalla base per ottenere col tempo tutta la conoscenza di cui si ha bisogno e solo successivamente lavorare su se stesso per capire cosa si vuole dire attraverso la moda, qual è l’idea di fondo che si vuole esprimere. E’ vero che la moda è prodotto, ma è anche vero che si possono esprimere dei concetti forti attraverso la moda.
Ricordo dopo la mia prima sfilata a Parigi (all’epoca col brand Grimaldi Giardina), Emanuel Ungaro ci invitò nel suo atelier insieme ad un grande giornalista di Vogue Italia, Javier Arroyuelo, per fare una intervista tra la nuova generazione della moda e la vecchia. Ricordo la prima domanda che ci fece “Cosa volete esprimere con i vostri abiti? Qual è la vostra idea?”. Ecco, questa è la domanda che un giovane, uscito dalle accademie e dalle scuole di moda, deve porsi“.
“Oggi con la mia esperienza in solitaria sto mettendo a frutto quello che ho imparato. Mi porto dietro una esperienza quindicennale che parla di altamoda, di fatto a mano. Ho avuto la fortuna di fare l’altamoda esattamente come va fatta. Molti oggi non sanno che cos’è l’altamoda. L’altamoda ha delle regole, dei tempi, delle caratteristiche che se non ci sono fanno venir meno il prodotto stesso.
Io ho avuto la fortuna di vivere il momento in cui l’altamoda era tale e sto cercando di portare la mia cultura di alta sartoria nella moda, realizzando un nuovo prodotto di prêt-à-porter“.
Tu come sei arrivato alla moda?
“Mi sono avvicinato alla moda perchè ho bisogno di un senso estetico, per esigenza, forse lo avevo nel dna, l’ho sempre saputo. Fin da piccolo disegnavo vestiti o avevo la passione dei film dove si faceva mostra di abiti meravigliosi. Sai quando sei giovane è esiste solo la tua estetica, col tempo escono fuori altri elementi. La mia è una continua contaminazione. Siamo in un’epoca dove tutto si contamina, arte, moda, cinema, fotografia, dove i popoli stessi si attraversano, viaggiano, incontrano nuove culture, si incontrano via rete nel virtuale, o banalmente nel cibo che hai a disposizione, ormai internazionale. Per fortuna siamo diventati cittadini del momndo con una propria tradizione aperta alla ricchezza delle diversità”.
E se, invece, non avessi scelto la moda, che mestiere avresti fatto?
“L’artista in realtà lo faccio (ride, ndr), era un desiderio che avevo nel cassetto che spingeva così forte da buttarlo a terra otto anni fa. Forse avrei lavorato nella danza contemporanea. Sai, mi piace l’espressività del corpo e il modo in cui il corpo riesce ad esprimere significato. Non dico come ballerino, magari come coreografo, ma comunque avrei lavorato sempre in un campo artistico”.
Se guardi dal passato ad ora cosa pensi della tua vita?
“Penso di essere stato fortunato. Fortunato, si, perchè ho fatto tante cose, ho conosciuto tante persone interessanti e continuo a farlo. Sono fortunato perchè riesco a fare ciò che mi piace”.
Qual è la tua giornata tipo?
“La mia giornata tipo? Lavoro, lavoro, lavoro (ride, ndr). Punto! Stare al tavolo a disegnare, progettare, ricercare, creare! E devo dire che mi piace tantissimo”.
E il tuo abigliamento tipico in queste giornate di lavoro?
“Un cardigan total black. Mi piace moltissimo, lo trovo comodo. E’ una sorta di coperta di Linus, ti calma, una sorta di feticismo del benessere”.
Invece, una cosa che proprio non sopporti, che non ti rappresenta?
“(strabuzza gli occhi, ndr) Centri commerciali, grandi magazzini, li trovo allucinanti, alienanti, credo che chi va nei grandi magazzini è perchè non sa cosa fare, cosa scegliere. I centri commerciali ti sollevano da qualsiasi scelta o forma di pensiero. Tutto lì a portata di mano, ti bombardano. Trovo che sia per l’essere umano alienante davvero!”.
Quante volte ci sei stato?
“Un paio di volte al massimo, in alcuni centri specifici per la casa, pratici, ma con molta difficoltà”
Quindi non hai mai varcato la soglia dei centri multi brand, plurimarca?
“No no, assolutamente no”.
Qual’è il brand che vesti più spesso? Nel tuo armadio quali sono i brand che hanno accesso?
“Un amico, Fabio Quaranta, Martin Margiela e Balenciaga sono i miei preferiti per quanto riguarda la moda maschile. Di Margiela ho una felpa blu, forse ancora più feticista del cardigan che ti dicevo prima: una felpa americana di quelle da università, che Margiela – da no logo qual è – ha ritagliato tutta d’avanti, sostituendo la scritta con una grande toppa nera, trovo sia geniale.
Di Fabio Quaranta ho una serie di cose, è un amico, mi devertono le cose che fa. In particolare ho un pantalone classico da uomo ma fatto in maglia, che trovo interessantissimo e li ho in diversi colori, e di Balenciaga ho qualche completo scuro, che uso quando le occasioni richiedono eleganza”.
Arriviamo all’opera che hai creato per me e per questo salotto virtuale, un bellissimo collage.
“Questo è per te! sapevo oggi di dover incontrare una signora e allora ho pensato di fare un ritratto di Signora!”
Ritratto di Signora. Collage di Sylvio Giardina
Note:
Abbiamo chiacchierato amabilmente sorseggiando un ottimo thè verde e dolcissimi plumcake allo yogurt, mentre in sottofondo c’era una delicata versione di besame mucho versione vintage proveniente dalla stanza accanto.
Lo Stile di Sylvio: Total Black il dolcevita e i pantaloni che indossa, sportive le scarpe e occhialino da lavoro.
Romina Toscano





















